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Personaggi Principali:
Lumeo: Monarca di Vanohen, padre di Florjan. Florjan: Principessa, figlia del Monarca Lumeo. Artesio:
Giovane capitano alle dipendenze del Monarca. Falea : Fatina. Taripan: Cigno gigante fatato, amico di Florjan. Atron: Canguro gigante, amico di Artesio.
Diosmo: Duca malvagio. Lisarto: Disegnatore, amico del Duca. Apekar: Regina delle api guerriere.
Centrilla: Dama dei granchi golgi. Wedjala: Patrizia delle aquile. Majal: Vestale
delle Sirene.
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C'era una volta
in un regno molto potente chiamato Vanohen, un Monarca di nome Lumeo. Il Monarca
aveva una figlia di nome Florjan,
che nessuno si proponeva di sposare, poiché era veramente brutta. In ogni
caso, il Monarca Lumeo pur se sconsolato non si perdeva d’animo, e così ogni
dodici mesi cercava di far conoscere la principessa a dei giovani
pretendenti. Florjan era
altresì celebre, per il semplice motivo che si poteva scorgere il suo cuore
formato da cera. Insomma il suo petto di cristallo permetteva di osservare il
suo cuore; il quale era completamente composto da
una leggera e trasparente patina di cera. Il cuore della principessa era
talmente simile al cristallo, che si poteva persino intravedere cosa si
trovava al suo interno; nel quale solitamente si scorgeva una leggiadra e
vispa fiammella. Alle
insistenti domande dei pretendenti sul perché la principessa avesse un cuore
di cera, il Monarca Lumeo rispondeva che forse la ragione era da ricercarsi
nei loro antenati; alcuni dei quali erano stati degli stimati stregoni. In ogni modo,
i pretendenti sopraggiungevano numerosi al cospetto del Monarca, più per
osservare quella strana anomalia della figlia, che per altro. Difatti la
principessa dal cuore di cera, era ormai divenuta una leggenda in tutti i
regni confinanti. Ma purtroppo i baldanzosi
giovanotti, dopo aver contemplato il tetro viso di Florjan, si dileguavano
proferendo numerose scuse.
La
principessa Florjan aveva sempre sofferto della sua bruttezza, ma con il
passare del tempo non ci prestava più molta attenzione. Solo negli ultimi
tempi provò una fitta al cuore, poiché si innamorò
di Artesio, che altri non era che il capitano dell’esercito del padre. Artesio al
contrario della principessa, era veramente un bellissimo ragazzo. Non a caso
era sempre circondato da molte fanciulle e donzelle,
le quali con ardimento cercavano in tutti i modi di conquistare il suo cuore.
Tuttavia il giovane capitano, ancora non ci pensava a prendere moglie, poiché
a suo dire… gli piaceva rimanere libero e selvaggio. Il capitano
Artesio era sempre accompagnato dal suo fidente amico, un singolare canguro
chiamato Atron; la cui peculiarità era di essere
veramente enorme. Addirittura Artesio per percorrere ampie distanze, non
utilizzava il suo poderoso destriero, ma si infilava
nell’enorme marsupio del canguro. Artesio era
divenuto oltre che un confidente, anche un caro amico della principessa; e
scorgendo sovente Florjan solitaria, fu proprio lui
a donargli un enorme cigno fatato di nome Taripan. Taripan fu
talmente ben accolto dalla principessa, che non era raro
vederla svolazzare qua e là nelle adiacenze del castello, sul dorso
dell’enorme cigno. Oltre al resto, spesse volte si poteva osservare il
giovane capitano, all’interno del suo amico canguro, gareggiare con Florjan e
Taripan su chi fosse più veloce a raggiungere isolate vette montane. Ma quei lieti
momenti durarono poco… invero in una notte fredda e tenebrosa, il giovane
capitano cominciò a compiere un inusitato sogno. Nel sogno Artesio, mentre passeggiava in
un’enorme e vetusta biblioteca, nell’aprire un antico libro incontrava una
bellissima fanciulla, la quale tutta rilucente di
numerose perline fatate… gli sorrideva. Ma il fatto
davvero sconcertante, era che al risveglio il capitano non ricordava più il
suo viso; l’unica cosa che sapeva di sicuro… è che la leggiadra dama era di
una fenomenale bellezza. Ad ogni modo,
il sogno imperturbabilmente gli si presentò ogni notte. E più passava il
tempo, e più il capitano ne rimaneva meravigliato; fino a quando una notte nel
pieno del sogno, Artesio non
chiese alla fanciulla tutta splendente, chi fosse.
La giovane dama fece un sorriso di letizia, e in seguito dichiarò di essere colei che un giorno sarebbe divenuta la sua
sposa. Ma questo sarebbe avvenuto solo ed esclusivamente,
se lui l’avrebbe cercata. Ed alle insistenti richieste da parte di Artesio di conoscere il suo nome, la fanciulla svanì
subitamente senza accordargli alcuna risposta.
Il guerriero
Artesio non appena si fu svegliato, rapidamente andò a chiedere consiglio
alla confidente del Monarca, che altro non era che
Falea, una singolare e minuscola fatina. Bisogna sapere che Falea era stata creata molti anni addietro da una potentissima
strega, la quale l’aveva forgiata utilizzando dei colori a tempera, miscelati
con delle stille di pianto. Ma il fatto più sorprendente, era che Falea
possedeva tre paia d’ali per braccia, e inoltre i suoi capelli erano del
colore dell’arcobaleno, i quali al loro passare lasciavano nell’aria, una
debole e fumosa scia di impalpabile colore. Ad ogni modo,
Falea nonostante avesse le dimensioni di una piccola farfalla, era da
numerose generazioni la confidente e consigliera dei Monarchi del regno di Vanohen. In sostanza, la fatina non poteva
assolutamente seguire gli ordini di altre persone o
regnanti, se non di colui o colei che erano i sovrani del regno di Vanohen. Questo incantesimo antico di ubbidienza
assoluta ai regnanti di Vanohen, era stato attuato
proprio per evitare che i nemici del regno, potessero rapire la fatina per
poi utilizzare i suoi poteri magici per spodestare il Monarca. Comunque la
peculiarità di Falea, era di poter trasferire gli esseri umani all’interno
dei dipinti; ma non solo… poiché possedeva la facoltà di far vivere i
disegni. Questa singolare capacità magica, aveva permesso al regno di Vanohen,
di opporsi ai molteplici assalti perentori degli avversari. Questo poiché la fatina aveva sovente dovuto far sussistere
numerosissimi guerrieri, provenienti dai cospicui dipinti e arazzi che erano
sulle pareti del castello. Proprio per questo motivo, in tutto il castello le pareti erano rivestite da enormi arazzi,
raffiguranti guerrieri con possenti armature. Ma non era
tutto, poiché persino la fatina Falea soleva vivere all’interno di un
inusitato dipinto chiamato Fungorjan. L’arazzo
illustrava una meravigliosa vallata con degli enormi funghi, in uno dei quali
la fatina aveva la sua singolare casetta. Altresì a Fungorjan
si trovavano degli animali dalle proporzioni inusitate; non a caso nelle
adiacenze della casetta fungo di Falea, si potevano scorgere elefanti,
destrieri, rinoceronti e giraffe che erano minuti come topolini. Al contrario
si notavano formiche, lucertole e lumache dalle dimensioni enormi. La corsa concitata
di Artesio, ebbe termine nel momento in cui si trovò
di fronte all’enorme arazzo Fungorjan. Con voce
affannata il guerriero chiamò la fatina, la quale librandosi con le sue
piccole ali posizionate sulle braccia, salutò
Artesio affettuosamente. Senza perdere tempo, Artesio gli disse che le doveva
parlare urgentemente; allora la fatina lo fece diventare un disegno
all’interno dell’arazzo. Appena fu entrato
nella piccola dimora fungo, Artesio raccontò il suo sogno alla fatina; poi
chiese subitamente a Falea se il sogno era un evento veritiero, oppure solo
una semplice illusione. Falea dopo
aver dato un ghiotto biscotto alla sua formica gigante, prese un’ampolla
opalescente e la ruppe contro un muro. Il capitano sorrise
a quell’inusitato atto, ma dopo un po’… dal vapore che fuoriuscì dall’ampolla
infranta, scorse con interesse una lucciola dalle ali dorate, la quale per
qualche attimo svolazzò allegra per la piccola dimora, per poi scomparire
lasciando dietro di sé una leggiadra fragranza di rose. Artesio
attese con impazienza la risposta, scrutando la fatina con crescente
interesse. Intanto la
formica ghiottona, sgranocchiava il biscotto famelica. Poi
all'improvviso Falea con aria divertita, proferì che il sogno era reale;
anzi… più che un sogno, era una vera profezia. Il giovane
capitano dalla gioia dette un buffetto alla formicona,
e poi domandò alla fatina cosa doveva fare, per incontrare la bella dama del
sogno. La fatina
chiese nuovamente ad Artesio, se realmente non ricordava il viso della bella
dama del sogno. Il giovane guerriero le rispose che stranamente non ricordava
il suo volto, e non conosceva nemmeno il suo nome. Falea dopo
aver fatto un balletto con un piccolo elefante che gironzolava per la stanza,
gli replicò che doveva intraprendere un lungo viaggio all’interno della
biblioteca reale. Difatti la fatina espose con certezza che all’interno di alcuni libri, vi erano dei meravigliosi disegni, alcuni
dei quali raffiguravano donzelle veramente affascinanti e in cerca di marito. Artesio
rimase un po’ perplesso da quella insolita
intuizione, ma subito Falea gli spiegò che dopo aver trovato la bellissima
fanciulla del sogno, lei stessa con l’aiuto della magia l’avrebbe resa una
dama vera e reale… insomma, in carne ed ossa. Artesio fece
un lieve sospiro, poi comprese che in effetti la
giovane dama l’aveva sognata all’interno di un libro… per cui il ragionamento
della fatina non faceva una piega. In conseguenza di ciò, Artesio decise di
intraprendere il lungo itinerario, alla ricerca della meravigliosa donzella
del sogno. Falea
divertita e con crescente curiosità, si volle accodare al capitano nella
ricerca della sua amata. Ma naturalmente sia Falea che Artesio domandarono un’udienza privata con il Monarca, proprio per
avere il consenso di compiere quell’insolito viaggio.
All’udienza
si trovava anche Lisarto, il famoso disegnatore di corte, il quale ascoltò
con estrema attenzione quell’inusitato racconto. Il Monarca Lumeo non era per
niente d’accordo di dare il suo consenso, riguardo a quell’itinerario così
strano ed insolito. Per di più temeva che senza Falea al suo fianco, il suo
regno correva un grande pericolo. Ma il disegnatore
Lisarto con prontezza, convinse il Monarca ad accettare che Falea e il
capitano partissero; d’altronde si trattava solo di
un breve periodo di tempo. Il Monarca
Lumeo, dopo una breve riflessione, diede infine il suo assenso… “Ma solo per due, massimo tre giorni!”, fu la sua ridondante
sentenza. La fatina e Artesio dopo un breve inchino, si allontanarono dal
salone delle udienze con aria compiaciuta. Ma
l’espressione del pittore Lisarto, aveva un non so ché
di sinistro. E dopo una breve e nebulosa
riflessione, Lisarto corse verso la fatina e il capitano; e dopo aver
raggiunto Falea, gli proferì che per tutta la notte avrebbe cercato in
biblioteca dei libri con disegni di dame favolose. Il tutto per facilitarli
nella loro ricerca. Sia Artesio che Falea, dopo essersi scambiati un veloce
sguardo, furono d’accordo. Dopodiché entrambi andarono ad avvisare la principessa Florjan, della loro
momentanea dipartita. La
principessa Florjan non appena
apprese quella triste notizia, scoppiò in un pianto dirotto che nessuno seppe
consolare… per poi rinchiudersi nella sua stanza con l’amico cigno Taripan.
La principessa sapeva bene che adesso la speranza di sposare Artesio era del
tutto sfumata… il giovane capitano non avrebbe mai voluto
una dama dal viso orribile come il suo. E difatti
preferiva andare a cercare una dama dipinta… senza anima… piuttosto che stare
vicino ad un mostro. Ma questi pensieri non vennero
colti da Artesio, e persino la fatina era rimasta sorpresa da tale
avvenimento. E nonostante Artesio cercò di parlare
nuovamente con la principessa, ma non ci fu nulla da fare. Dalla porta
chiusa, si percepì solamente un cieco grido del cigno. Nel frattempo
il disegnatore Lisarto era tutto trepidante; difatti tra sé pensava ad un
piano per aiutare l’ascesa al potere del suo amico ed alleato: il Conte Diosmo. Bisogna infatti sapere,
che il conte Diosmo era un confidente del Monarca
che viveva in terre confinanti, il quale dopo la prematura morte della
consorte, gli era tornata la bramosia di conquistare nuovi regni e reami.
Proprio per questo motivo, aveva subdolamente offerto al
Monarca Lumeo, di tenere con sé il suo amico, il pittore Lisarto; che oltre a
fare da spia, nel corso del tempo senza farsi accorgere, aveva il
subdolo incarico di ridisegnare un esercito mediocre e senza armi troppo
feroci. E difatti, nel corso dei due anni che era al
servizio di Lumeo, il pittore aveva ridipinto i soldati che si trovavano
sulle pareti del castello, con armature e strumenti di difesa decisamente
scadenti e difettosi. Solo Falea si era accorta di quei disegni compiuti
maldestramente; ma Lisarto con parole melliflue e menzognere, era riuscito a
convincere il Monarca Lumeo, che le cose andavano bene così. Ma a causa del
susseguirsi dei nuovi avvenimenti, Lisarto era stato costretto ad accelerare
i tempi. E in conseguenza di ciò, dopo essersi avviato alla voliera e inviato
un piccione viaggiatore al conte Diosmo, si instradò velocemente nella biblioteca reale per mettere
in opera il suo diabolico progetto. E così, Lisarto
in quella lunga notte non dormì, ma si mise a dipingere su alcuni vetusti
tomi della biblioteca, delle leggiadre dame. E
mentre Lisarto disegnava, un ghigno mordace affiorò sul suo volto.
Artesio allo
scorgere dell’alba, dopo aver preso la sua amata spada e il suo boomerang
argentato, si mise nell’enorme marsupio del suo amico Atron, e mediante alcuni poderosi salti del canguro, si
diresse nell’enorme biblioteca reale. Dopo pochi attimi lo raggiunse la fatina Falea, seguita a ruota dall’infimo
pittore Lisarto. Lisarto che
teneva in mano una piccola pergamena verde, senza batter ciglio indicò alla
fatina alcuni volumi dove si potevano trovare i disegni di bellissime dame.
Falea lesse attentamente quello che il pittore aveva segnato sulla pergamena;
e dopo aver pronunciato alcune formule magiche, capitombolò con Artesio e
l’amico canguro, all’interno di un polveroso volume della biblioteca. Subitamente
il giovane guerriero, Falea e Atron si ritrovarono
in una landa incantevole, dove si potevano adocchiare delle singolari
fortezze, composte da enormi diamanti. Difatti le
enormi rocche erano congiunte fra loro mediante sottili gallerie, le quali si
libravano sopra degli spigolosi pilastri di marmo incastonati da diamanti.
Senza perder tempo, la fatina suggerì di entrare a vedere se in quel luogo si
trovava la donzella, che il disegnatore Lisarto gli aveva indicato. Artesio entrò
senza alcun timore, e fece subito conoscenza con Centrilla, la Dama dei
Golgi. Centrilla era davvero una fanciulla stupenda;
più di quanto il disegnatore Lisarto avesse riferito. Invero
la Dama dei Golgi era alta e snella, e le sue nere e fluenti chiome le
scorrevano lungo la schiena come fiumi in piena. Artesio
cercava di comprendere se era lei la dama del sogno,
poiché non ne conosceva il nome; per non parlare del viso… visto e
considerato che non lo rammentava affatto. Proprio per questo motivo, Artesio
la tempestava di domande; e le risposte pur essendo gradevoli, non
aggiungevano nulla a ciò che già sapeva. Nel frattempo
aiutata dalla sua statura minuta, la fatina Falea incuriosita
dalla stranezza di quel luogo, si mise a svolazzare per le varie rocche
diamantine. E altresì sfrecciava veloce, nelle
enormi scalinate e gallerie, che si snodavano a raccordare tra loro le
numerose fortezze. Ogni tanto scorgeva delle enormi conchiglie vermiglie che
sostavano vicino a delle ampie finestre, ma la cosa non la impensierì
poi molto.
Più passava
il tempo, e maggiormente il Monarca Lumeo si sentiva insicuro. Difatti ininterrottamente pensava a cosa sarebbe avvenuto
se proprio in quel momento, qualche plutocrate bramoso di potere, li avesse
aggrediti. Certo… Lumeo possedeva un possente esercito di uomini
valorosi, ma la loro vera forza combattiva, risiedeva nella fatina Falea. E solo le portentose milizie ritratte sui dipinti, erano
in grado di sgominare le armate più agguerrite. Naturalmente il disegnatore
Lisarto, percependo il Monarca impensierito… continuava a rassicurarlo. Ma gli eventi
insoliti non finirono certo lì; non a caso dalla dipartita di
Artesio, la principessa Florjan si era messa a scolpire delle
meravigliose statue. Le sculture erano formate da uno specialissimo materiale
simile al marmo bianco, che però aveva la peculiarità di splendere ed
illuminarsi magicamente. La
principessa li scolpiva nella sua stanza a porte chiuse, per evitare di
essere disturbata da tanto clamore. Il clamore era dovuto
al fatto, che quelle inusitate statue splendenti, erano talmente affascinanti
ed inusuali, che numerose persone avevano cominciato a venire ad ammirarle. A
tal punto che il Monarca Lumeo, scorgendo lo stupore che tutti provavano
nell’osservare quelle meravigliose sculture, le fece posizionare
in un enorme stanzone. Ed alle
incessanti richieste da parte del padre di sapere da dove proveniva quel
marmo fatato, la principessa Florjan non dava alcuna risposta. In breve, in
tutto il regno nessuno sapeva come Florjan trovasse quel singolare marmo splendente.
Tuttavia il pittore Lisarto, credeva fermamente che doveva
essere opera di Taripan, il Cigno fatato. Difatti
durante la notte, aveva scorto l’enorme cigno svolazzare vicino a delle
miniere abbandonate. Per cui il pittore aveva iniziato a pensare che avesse
trovato dei marmi incantati, nelle adiacenze della vecchia miniera. Ma le sorprese
per il Monarca, proseguirono. Difatti senza alcun
preavviso, giunse inaspettatamente il Duca Diosmo, il quale sentenziò che aveva
preso la decisione di far la corte alla principessa Florjan. Il
Monarca Lumeo fu davvero meravigliato da quella dichiarazione, visto e considerato che il Duca non si era mai proposto come
ipotetico sposo della figlia. Ma il Duca Diosmo, dopo aver elargito un sorrisino maligno, affermò
che era poco tempo che si era ripreso dal dolore, per la morte della sua
amata consorte. E fu così convincente nella sua
pantomima, che il Monarca Lumeo ci credette. A tal
punto, che Lumeo decise di proferire lui stesso alla figlia, la bella
notizia. Ma la
principessa Florjan non ne voleva proprio sapere, di divenire la moglie di
quel Duca dall’espressione così cupida e mucillaginosa. E poi il cuore di
Florjan, ormai era tutto per Artesio; e non avrebbe amato nessun’altro. Il Monarca
Lumeo non fu assolutamente d’accordo con la figlia, e permise che da lì a
pochi giorni si realizzasse la tanta sospirata cerimonia nuziale. A Lumeo non
pareva il vero che finalmente qualcuno si decidesse
a sposare sua figlia, e non aveva alcuna intenzione di rimandare alcunché.
Difatti il Monarca era felice che qualcuno sposasse Florjan, poiché egli
temeva che sarebbe divenuta una solitaria zitella, senza dargli dei
discendenti. Questo era il pensiero che gli faceva patteggiare per il Duca Diosmo. Anzi… su consiglio del pittore Lisarto, il
Monarca dispose che la cerimonia nuziale doveva
assolutamente avvenire il giorno seguente. Naturalmente il timore del Monarca
Lumeo, si fondava su un eventuale ripensamento del Duca Diosmo;
proprio come era avvenuto molteplici volte con i
precedenti pretendenti.
La notte in
quel singolare luogo, fu veloce a sopraggiungere; e Artesio parlando con la
fatina, era sicuro che Centrilla era proprio la dama del suo sogno. Invero, il giovane guerriero poteva forse incontrare una
gentildonna più bella e dolce di Centrilla? Anche
l’enorme canguro Atron, era estasiato dalla
bellezza della Dama dei Golgi, e lo faceva capire a tutti saltellando
allegramente. Falea però
svolazzando nervosamente, si chiedeva cosa volesse significare la parola
“golgi”… visto e considerato che la bella Dama, non
lo aveva ancora voluto chiarire. Ma anzi ad ogni
domanda su quell’argomento, Centrilla eclissava il tutto parlando d’altro. Ma la fatina
non si arrese, e quella stessa notte, mentre il capitano e il canguro Atron ronfavano nella loro camera, decise di svolazzare
per l’enorme complesso di rocche diamantine alla ricerca di qualche risposta.
Falea dopo un breve tragitto, percepì uno strano strepito
provenire da una lunga e tormentosa scalinata, che discendeva per le segrete
della rocca. Con destrezza si librò nella direzione di quell’inusitato
ronzio, fino a raggiungere un enorme portone di ferro, tempestato da diademi
e zaffiri. E grazie alla sua piccola statura, riuscì
velocemente a passare attraverso la serratura. E poi li vide…
delle grosse conchiglie rosso rubino che erano appese ai muri, e persino sul
soffitto. Infine inaspettatamente, la più grossa delle
conchiglie si dischiuse, facendo scorgere Centrilla che mangiucchiava con
gusto, un vassoio colmo di mosche, vermi e falene. Ma
il fatto più spaventoso era che dalla vita in giù… il suo corpo era quello di
un gigantesco granchio. Insomma la parte superiore del corpo di Centrilla,
era di dama bella ed avvenente, mentre dalla cintola in giù si notavano
quattro esorbitanti zampe da crostaceo, per non parlare delle due chele, che
sagacemente afferravano alcune strane larve, per poi portarle con voracità in
bocca. Falea nel
fissare con stupore quella scena, davvero ripugnante, rimase sospesa
nell’aria senza muoversi. All’improvviso
come un fulmine al ciel sereno, ricordò cosa volesse dire la parola “golgi”… era una parola magica che
significava “crostaceo”. E prima che potesse solo
pronunciare una sola parola, Centrilla si volse verso la fatina, dopodiché
con un sorriso mordace la intimò di avvicinarsi. Subitamente anche tutte le
altre conchiglie si schiusero, facendo intravedere degli enormi e famelici
granchi. A quella
vista, la fatina spiccò un velocissimo volo in direzione opposta alla Dama
dei Golgi, e fuggì via attraverso la serratura del portone di ferro. Falea saettò
via, più veloce che poteva; ma la sua chioma fatata, la quale
malauguratamente lasciava dietro di sé una scia di colori fumanti, non le
permetteva di nascondere la direzione del suo tormentato volo: raggiungere
Artesio. Il giovane
capitano e il canguro Atron, non vollero
credere a quelle parole così bizzarre pronunciate dalla fatina. Come
poteva una donna così bella, dolce e gentile… compiere quelle immondezze? Ma
Artesio dovette ricredersi quando sopraggiunse Centrilla, con
al suo seguito centinaia di enormi granchi rosso vermiglio. La Dama dei
Golgi, mentre con una enorme chela si spostava la
sua fluente chioma, consigliò ad Artesio con voce ipocritamente carezzevole,
di sposarla. Il giovane capitano, dopo aver scrutato con ribrezzo il corpo da
granchio della dama, non ci pensò due volte a ribattere il suo energico
“NO!”. A quel punto
Centrilla cominciò ad aggredire Artesio, cercando di ghermirlo con le sue
poderose chele. Il capitano riuscì con la sua spada ad allontanare le chele
della Dama dei Golgi, poi con destrezza utilizzò il suo boomerang argentato
per far crollare un antico e strano candeliere, posizionato
sopra la testa di Centrilla. La fatina
intanto cercava di rendere i grossi granchi innocui, mediante
delle vampate di magia scintillante, che erano in grado di appiccicare
tra loro le chele dei crostacei. Invece il canguro Atron,
con poderosi balzi evitava le fameliche chele di alcuni
enormi granchi, e poi con le sue robuste zampe gli infliggeva delle sonore
pedate, facendoli balzare via.
Ma la lotta
non durò poi molto, come poteva infatti una dama
sconfiggere un forte e addestrato guerriero? E così
Artesio vinse il cruento combattimento; e la Dama dei Golgi sentendosi
sconfitta, sagacemente si trafisse con le sue stesse chele. In quell’istante tutti i grossi granchi, fuggirono via in
un battibaleno all’interno di alcune insenature della rocca. Ma la cosa straordinaria era che Centrilla divenne di un
impalpabile fumo evanescente, lasciando al suo sfumare… un ciondolo argentato
che raffigurava un piccolo granchio. La fatina era
sbalordita, come del resto Artesio e il canguro Atron.
Il capitano infine, su consiglio di Falea, prese il ciondolo e lo sistemò
sulla catenella che teneva al collo. E così… pur se
con un po’ di mestizia, si avviarono verso il secondo libro consigliato dal
pittore Lisarto. Di mattina
presto, nel regno di Vanohen, si decise di svolgere la festa di fidanzamento
tra il Duca Diosmo e la principessa Florjan. La
principessa aveva un’espressione afflitta, mentre il Duca non faceva altro
che ridacchiare sagacemente con tutti i numerosi invitati. Finanche il
Monarca Lumeo aveva un volto soddisfatto, e pensava nel suo intimo che
finalmente la sua dinastia, poteva ben sperare in una degna successione. L’unico aspetto inconsueto della festa, era
che la principessa indossava un abito molto elegante, ma che non permetteva
ad alcuno di osservare il suo cuore di cera. Il pittore Lisarto stuzzicato da
questo evento, suggerì al Duca di chiedere alla sua
futura sposa di mostrargli il suo cuore, come segno di affetto e benevolenza.
Ma alla richiesta del Duca, Florjan negò con
decisione di far scrutare il suo cuore. Ma il pittore, sempre più
insospettito, decise di risolvere la faccenda con uno dei suoi torvi
espedienti. E così Lisarto, con falsa pacatezza, chiese alla principessa di
fare un ballo. E mentre danzavano un
melodioso valzer viennese, il pittore strappò con freddezza la veste di
Florjan, permettendo a tutti di osservare il suo cuore di cera. Nella
sontuosa sala da ballo, scese immediatamente un silenzio sepolcrale… tutti i
presenti ammutolirono nell’osservare il cuore della principessa; dentro il
quale si poteva intravedere con accuratezza, un raccapricciante verme che si
muoveva sinuosamente. La
sceneggiata che seguì poco dopo, è facile immaginarla… chi urlava, chi
correva, chi se ne andava via indignato, alcuni
cercarono persino di allontanare Florjan con parole mordaci. Ma la principessa rimase immobile e statica a divorare con
uno sguardo tagliente, quella folla delirante. E
dopo aver chiamato al suo fianco il suo fedele amico cigno Taripan, con la
dignità di una regina… si avviò nella sua stanza. Il Duca Diosmo al contrario dei presenti, e seguendo
l’esortazione dell’amico pittore Lisarto, sentenziò che questo singolare
avvenimento non lo intimoriva per nulla. Il Monarca Lumeo, che nel frattempo
assaporava dei sali per non svenire, sentendo che al Duca l’evento non lo
sconvolgeva più di tanto, fece un sospiro di sollievo…
pensando tra sé “La dinastia è salva!”.
Era
meraviglioso osservare Falea mentre con la sua chioma multicolore, faceva
l’incantesimo di trasferimento da un tomo all’altro. Invero
migliaia di molteplici stelline luccicanti roteavano intorno ad Artesio e al
canguro Atron, per poi trasferirli tutti nei
disegni del secondo volume. Il nuovo
ambiente era interamente difforme dal precedente, difatti si potevano notare
delle meravigliose montagne e dei ponti antichi che collegavano i rilievi in
maniera davvero inconsueta. Ma il fatto veramente
sorprendente, fu quando avvistarono una bellissima dama dai capelli rossi,
che volteggiava verso di loro. Proprio così, la dama aveva delle bellissime
ed enormi ali d’aquila rosse, e scortata dalle sue
amiche aquile, si librava nel vento con destrezza e disinvoltura. Non appena
raggiunse il giovane capitano, la dama si presentò subito dicendo di essere Wedjala, la Patrizia
delle aquile. Artesio, dopo un leggiadro baciamano, gli spiegò che stava
cercando la dama della sua vita; e Wedjala asserì
con decisione che era lei la fanciulla dei suoi
sogni. Naturalmente il giovane capitano cominciò a tempestarla di domande, il
tutto mentre la Patrizia delle aquile lo portava a visitare i numerosi e
fantastici luoghi del suo regno. Falea intanto
con l’aiuto del canguro Atron, cercava di scoprire
se anche Wedjala avesse
qualche mistero orripilante da nascondere. Naturalmente alcune aquile
seguivano i movimenti della fatina, svolazzandole dietro senza perderla di
vista un attimo. Ma la fatina grazie alla sua
minuscola dimensione, riuscì ben presto a seminare quelle fastidiose aquile. Falea si mise
così a scandagliare le cime dei meravigliosi monti; ma al sopraggiungere del
crepuscolo, non aveva ancora scorto nulla di anomalo.
E quando le pareva che fosse tutto normale, subitamente il canguro Atron la avvertì che aveva intravisto una
enorme aquila portare un portavivande colmo di ratti e rospi morti,
all’interno di una grotta in cima ad un alto monte. Proprio all’interno del
rilievo, dove poco prima si era diretta la Patrizia delle aquile. Artesio anche
questa volta, non volle credere che in Wedjala ci
fosse qualcosa di anomalo. Falea allora per
confutare qualsiasi dubbio, decise di raggiungere quella grotta insieme ad Artesio e Atron. Così il
giovane capitano si mise all’interno dell’ampio marsupio
del canguro, e tra un balzo e un altro… sopraggiunsero alla famigerata
caverna. Fu così che avvistarono Wedjala, circondata
dalle sue amiche aquile. La Patrizia
delle aquile era sempre molto bella ed avvenente, ma le sue mani adesso erano
divenute due enormi artigli; i quali afferravano con avidità dei ratti e
rospi morti per poi divorarli con bramosia. E non solo… poiché nel conversare
con le sue alleate, la Patrizia ribadiva chiaramente
che il pasto del giorno dopo… consisteva in un succulento capitano arrostito,
contornato da fresca carne di canguro. Spaventati da
tale orrore, Artesio la fatina e il canguro decisero di comune accordo di fuggire via. Il giovane capitano si mise di
nuovo nel marsupio del canguro Atron, mentre la
fatina Falea li precedeva volando, cercando di aiutarli a ritrovare in quel
ripido monte, il percorso più facile per allontanarsi. In maniera inattesa,
avvertirono un fischio raccapricciante sopra le loro teste;
il quale altro non era che una enorme aquila spia, che con quel gesto cercava
di avvertire la sua padrona. Pochi istanti dopo, Wedjala
percependo che le sue prede stavano fuggendo via, e dopo aver dischiuso le
sue estese ali rosse, li inseguì con voracità. Falea suggerì
ad Artesio di combatterla, poiché non potevano certo fuggire dal celere volo
della Patrizia delle aquile. Artesio dopo essere uscito dal marsupio di Atron, sfoderò la sua spada
cercando di difendersi come meglio poteva, dai poderosi artigli di Wedjala. Falea dal canto suo, doveva combattere contro le
molteplici aquile, le quali sprezzanti e rabbiose cercavano in tutti i modi
di afferrarla con i loro famelici becchi. Le aquile erano talmente veloci e
mordaci, che non davano il tempo alla fatina di colpirli con incantesimi
paralizzanti; ma subitamente gli venne in aiuto il canguro Atron, il quale riusciva molto bene ad evitare quegli
orribili rapaci, mediante degli scatti incredibili. Per fortuna
la fatina ebbe un’idea geniale, e disse al canguro di fare dei salti energici
in un determinato punto del monte. Atron pur non
capendo bene il motivo di quel suggerimento, obbedì prontamente e cominciò a balzare
velocemente nel punto che Falea gli aveva additato. Pochi istanti dopo, ci fu
un terribile crollo di massi; in sostanza sopraggiunse un’enorme valanga
mirabolante ed incredibile, fatta di enormi macigni
e pietre puntute. I blocchi rocciosi in breve raggiunsero anche il capitano e
la Patrizia delle aquile; ma prima che un enorme masso potesse colpire
Artesio, come un fulmine Atron lo afferrò con le
sue zampe anteriori, e con enormi balzi lo portò via da tutto quello
sconquasso. Ma per Wedjala e numerose aquile, il fato decise diversamente.
Difatti la bella Patrizia, assorta nel combattimento con il capitano, non si
accorse che alle sue spalle alcuni massi la stavano per raggiungere. E così non fece in tempo a prendere il volo, e rimase
sepolta dai numerosi e aguzzi massi. Mentre le
aquile che erano sopravvissute, se ne fuggirono via stridendo dalla rabbia. La fatina
dopo essersi assicurata delle buone condizioni di Artesio
ed Atron, si avvicinò al corpo di Wedjala semi coperto dai massi; e con sua enorme
sorpresa… vide la Patrizia scomparire con una scia di fumo, divenendo anche
lei un ciondolo argentato che raffigurava una piccola aquila. Artesio era
ormai talmente demoralizzato, che non fece nemmeno più caso a quell’insolito
avvenimento. Al momento il giovane capitano, desiderava solo far ritorno al
castello. Ma la fatina, dopo aver donato il ciondolo
ad Artesio, con dolcezza gli proferì di provare ancora un’ultima volta.
Pur se
compiuta frettolosamente, la cerimonia nuziale era cominciata nel primo
pomeriggio. La principessa Florjan aveva un abito bianco
lungo con pizzi a forma di fiore, ma che per ovvi motivi, foderava
interamente il suo cuore di cera. Il Monarca Lumeo, affiancato dal pittore
Lisarto, gongolava di felicità nel vedere avverarsi una circostanza tanto
sospirata. Gli invitati invece, a causa degli eventi avvenuti precedentemente, avevano espressioni inquiete ed erano
altresì silenziosi; e le medesime espressioni crucciate, erano scolpite sui
volti degli orchestrali che eseguivano le musiche nuziali. Poi
finalmente, accompagnata da due tronfi paggi, Florjan entrò nel salone… e nel
momento che vide il futuro consorte, il viscido conte Diosmo,
si mise a piangere. L’orchestra
reale smise di suonare. Sul viso del Monarca Lumeo, apparve una smorfia di
stupore. Gli invitati con rinnovato interesse, cominciarono a fissare le
lacrime della principessa. Invero le
lacrime di Florjan altro non erano che stille
formate di cera splendente, esattamente come le statue che la principessa
realizzava in segretezza, nella sua stanza. Tutti
rimasero ammutoliti ad osservare quelle gocce di rugiada
brillanti e opalescenti, che scorrevano giù dalle gote della
principessa. Nessuno osava proferire alcunché. Ma ecco che
repentinamente nel salone irruppe con forza e sagacia l’enorme cigno Taripan;
il quale svolazzando qua e là… cercava con il suo portentoso becco, di
colpire gli invitati. Questo per cercare di far terminare
quella raccapricciante cerimonia, che faceva tanto soffrire la sua cara
Florjan. E mentre la principessa con un
fazzoletto merlettato, si tergeva le lacrime di cera, alcuni guardiani con le
loro lance scacciarono via l’enorme cigno Taripan. Il Duca Diosmo fece una sagace battuta sulle lacrime della
principessa, affermando che adesso era stato finalmente svelato il mistero
delle statue luminescenti. E poco dopo, come se niente
fosse… la cerimonia imperturbabilmente, continuò. Alla fine
dell’incantesimo di Falea, ecco che tutti e tre si trovarono in un impero
davvero singolare ed inaspettato. Difatti Artesio, il canguro e Falea, si
erano addentrati nel reame delle sirene alate. In pratica l’immenso regno,
era completamente formato, da vastissime nuvole rosa confetto con striature
viola. Si potevano ammirare castelli e dimore fantastiche, tutte sagomate dalle nubi; sembrava proprio di trovarsi in un
mondo composto da panna montata e zucchero filato. Persino la fatina Falea,
rimase meravigliata da quello splendore. Non passò
molto tempo, che apparve una bellissima sirena dai capelli viola. La sirena
svolazzava tra una nuvola e l’altra come se fosse immersa in un oceano di
fior di latte, e la sua coda di pesce sembrava prendere forza nel preciso
momento che sfiorava le meravigliose nuvole. Difatti al contrario del giovane
capitano e di Atron, che
camminavano in quel territorio nuvoloso come su del vapore vellutato, la
sirena vestale svolazzava felice intorno a loro. E dopo aver fatto un ultimo
volo che pareva un volteggio compiuto da una danzatrice, la sirena si
presentò subito dichiarando di essere Majal, la
depositaria del bocciolo mistico. In sostanza Majal
era una vestale, il cui compito era di tenere sotto vigilanza un particolare
bocciolo incantato, che donava prosperità a pacificazione a tutto il suo
popolo.
È inutile
negare che Majal fece presto amicizia con Artesio;
e così senza perdere altro tempo, gli fece conosce il suo regno incantevole
ed allo stesso tempo originale. Anche questa
volta, Artesio pensò di aver finalmente incontrato la sua sposa. La fatina e Atron però, non erano per nulla d’accordo, visto e considerato che Majal era una
vestale; e proprio per questa ragione le era proibito sposarsi con
chicchessia. E a dire il vero, finanche la vestale
rimase perplessa quando Artesio le annunciò il suo desiderio di sposarla. Majal dal canto suo, cercò di fargli conoscere altre
bellissime sirene. Ma nulla da fare… il giovane
capitano voleva solo lei. La vestale
sirena cogliendo che Artesio non cedeva, si allontanò dirigendosi con
celerità verso il tempio del bocciolo sacro. Artesio ormai
turbato e confuso, decise di chiedere consiglio a Falea. La fatina
svolazzandogli intono, si affrettò a dire che non
era il caso di insistere. Allora Artesio con tristezza, si incamminò
all’interno del tempio per riferire a Majal, che
pur se con afflizione, aveva preso la decisione di andarsene. La vestale
dopo aver ascoltato con attenzione quanto proferito
da Artesio, lo ringraziò per aver compreso il suo problema; dopodiché gli
fece adocchiare il meraviglioso bocciolo sacro. Ma il giovane capitano non
fece molto caso nemmeno a quel meraviglioso bocciolo, e dopo aver dato alla
vestale un veloce baciamano, afflitto se ne andò
via. Majal rimase un po’ di tempo assorta nei suoi pensieri, sempre immobile
ad osservare il bocciolo sacro. Nel suo cuore Majal
sentiva ardere un fuoco infinito, una sensazione che non aveva mai provato
prima. Poi improvvisamente la sirena uscì velocemente dal tempio, dopodiché
salì sul dorso di una enorme orca, e si mise
affannosamente a cercare Artesio. Intanto il
giovane capitano, Atron e Falea, prima di tornare a
Vanohen decisero di dare
un ultimo sguardo a quell’inusitato regno. E così salirono sopra una enorme foglia iridescente, solcando il meraviglioso
oceano di nuvole adiacente al reame della vestale. Ad un tratto avvistarono
in lontananza una enorme conchiglia; che altro non
era che un meraviglioso veliero fatato, il quale aleggiava sulle sponde delle
nubi argentate. Incuriositi salirono sul veliero fatato e fecero conoscenza
con l’equipaggio, che era formato da numerosi pescatori. Ad un tratto
un marinaio addetto a lanciare l’arpione, fece uno strano grido. Tutti
incuriositi si avvicinarono al marinaio, per capire cosa avesse
adocchiato; difatti in lontananza si poteva scorgere un’enorme orca
rosa confetto, la quale faceva degli enormi balzi tra una nuvola e l’altra.
Il marinaio senza perder tempo, lanciò con destrezza il suo arpione, fino a
colpire l’enorme orca rosa. Poi con
calma, l’enorme conchiglia veliero si accostò all’orca colpita. Artesio e
Falea incuriositi si avvicinarono all’orca, e quello che si presentò ai loro
occhi era davvero terribile… l’arpione aveva trafitto
non solo l’orca, ma anche la sirena Majal. Artesio scese
subito dal veliero, e strinse a sé la vestale morente, mentre copiose lacrime
rotolavano sul viso avoriato di Majal. Poco dopo
anche la sirena vestale, divenne una tenue scia di fumo; lasciando al suo
posto un ciondolo che raffigurava un’orca argentata. Il giovane
capitano chiese alla fatina Falea cosa significavano
quei tre ciondoli che raffiguravano un’aquila, un granchio e infine un’orca.
La fatina rispose che per saperlo dovevano tornare nel loro regno, e parlare
con il disegnatore Lisarto. Artesio assentì e dopo aver salutato i marinai,
sempre più sconsolato tornò a Vanohen, unitamente a Falea e al suo amico
canguro.
Il ritorno dei nostri tre eroi, avvenne
proprio a cerimonia nuziale ultimata. Tutti e tre rimasero perplessi da
quell’insolito evento, e la fatina subito di volata andò a chiedere al
pittore Lisarto, come mai le dame che gli aveva
consigliato si erano comportate in quel modo così inconsueto, e del perché
erano divenute tre ciondoli. Il pittore espose con falsa pacatezza, che
non credeva minimamente a quello che la fatina affermava. Mentre
dei tre ciondoli, non sapeva proprio cosa dire. Falea non fece neppure in tempo a
pronunciare una sola parola, che il Duca Diosmo con
un acidulo sorriso espose una triste verità… che ormai la fatina era sotto la
sua giurisdizione; visto e considerato che adesso,
avendo sposato Florjan, era divenuto di diritto, il nuovo Monarca di Vanohen. Falea finalmente comprese
appieno il mefistofelico piano progettato dal Duca e dal pittore, che era
proprio quello di allontanare sia lei che Artesio dal castello, per
conquistare il trono di Lumeo. E la fatina sapeva bene che adesso
non poteva nemmeno ribellarsi agli ordini del Duca, poiché era vincolata da
un giuramento magico compiuto anni addietro, che la costringeva ad ubbidire
gli ordini del Monarca di Vanohen. Ed ora malauguratamente, il Monarca era proprio divenuto…
il viscido Duca Diosmo. Il Duca Diosmo non
perse certo tempo… e sempre fiancheggiato dal
pittore Lisarto, ordinò subito alle sentinelle di rinchiudere l’ex Monarca
Lumeo, nelle segrete del castello. Le sentinelle dopo un breve tentennamento,
fecero il loro triste incarico chiedendo scusa al Monarca, il quale si fece
portare via, senza perdere la sua dignità. Artesio nell’osservare quell’ignobile atto,
cercò con l’aiuto di Atron
di svincolare il Monarca Lumeo dalla presa delle sentinelle. Ma purtroppo i guardiani erano troppi anche per un
capitano ben addestrato come lui. Dopodiché il Duca cacciò via dal castello il
giovane Artesio, ma non dopo avergli intimato di non presentarsi mai più di
fronte al nuovo Monarca: il Duca Diosmo. In tutto quel
trambusto, la principessa Florjan riuscì a raggiungere il suo amico cigno, e
dopo essere salita velocemente sul dorso del fedele Taripan, fuggì via dal
castello. Il Duca in verità non rimase particolarmente sorpreso da
quell’evento, ma anzi sembrava essersi tolto un peso dal cuore; difatti aveva
sposato Florjan non certo per amore, ma solo per agguantare il regno di Vanohen. Comunque per dare una
parvenza di dignitosa inquietudine, il Duca Diosmo
fece un urlo di rabbia rivolto ai guardiani. Finita la pantomima, il Duca con
fermezza ordinò a Falea di far vivere una mostruosa creatura dipinta dal
pittore Lisarto, il quale per l'occasione venne
nominato il confidente reale del nuovo Monarca. È inutile aggiungere… che a
quelle sagaci parole, il viso della fatina sbiancò.
Quando furono
giunti nel salone delle udienze, venne portato un
gigantesco dipinto raffigurante una dama dalle fattezze di un’enorme e
statuaria ape regina, con al seguito centinaia di strane e grosse api
guerriere. La fatina comprese subito, che il Duca
desiderava creare un esercito tutto suo. E così
Falea suo malgrado, con un gesto della sua minuscola manina, fece fuoriuscire
una luce magica che fece vivere la potentissima regina Apekar, e le sue
enormi e cattivissime api guerriere. Apekar
appariva davvero orribile, infatti era ricoperta di
una patina striata in giallo e nero, e le sue ali erano uncinate. Ma il fatto davvero inquietante, era il suo sguardo
arcigno e penetrante. Insomma si comprendeva benissimo che Apekar, era una guerriera imperturbabile, perfida e cattiva. Ben
presto si intese anche il suo potere, che consisteva
nel colpire le vittime, con un pungiglione che era posizionato sulla sua
fronte. Lo spaventoso aculeo le fuoriusciva dalla fronte solo quando Apekar
lo desidera, ed aveva la facoltà di far divenire
fantasmi, coloro che ne venivano colpiti. Mentre, le
terribili ed enormi api guerriere, possedevano la capacità di far svenire per
alcuni istanti, le vittime trafitte dai loro pungiglioni. Sia il
pittore Lisarto che il Duca Diosmo, non appena
videro Apekar con il suo esercito di enormi api
guerriere, fecero un ghigno mordace d’intesa. Dopodiché senza alcun
preavviso, il Duca Diosmo ordinò alle api guerriere
di colpire con i loro potenti aculei tutti i guardiani e soldati del
castello, proprio per evitare potenziali insurrezioni. Naturalmente i
guerrieri cercarono in tutti i modi di difendersi, o almeno fuggire da quelle
terribili api. Ma come si può ben immaginare… le api
guerriere in poco tempo sconfissero tutti i combattenti dell’ex Monarca
Lumeo. Difatti le enormi api avendo la possibilità di volare, erano
notevolmente avvantaggiate e colpivano con più rapidità i guerrieri con i
loro pungiglioni, facendoli svenire. La statuaria
Apekar in tutto quello sconquasso, in attesa di
ricevere ordini dal Duca, fissava combattere le sue api con un’espressione
glaciale. Alla fine il
Duca Diosmo ordinò ad Apekar di colpire con il suo pungiglione tutti i combattenti svenuti, con
l’intento di renderli dei fantasmi. Invero quando erano
divenuti fantasmi erano impossibilitati a reagire, poiché non potevano più
afferrare le armi o le armature, ma erano in grado solo librarsi goffamente
nell’aria. Falea cercò
in tutte le maniere, di far riflettere il Duca Diosmo;
dicendogli di avere pietà di loro. Ma il Duca
spalleggiato dal pittore Lisarto, non cedette minimamente. E così la
terribile Apekar fece divenire tutti i guerrieri svenuti, dei fantasmi… e poi
quando si ripresero, li costrinse a svolazzare nelle adiacenze di alcune miniere abbandonate.
Passarono
alcuni giorni, e la fatina Falea non sapeva come agire per far terminare
quell’incubo terribile. L’unica sua consolazione era quando portava del cibo
all’ex Monarca Lumeo, il quale per nulla impensierito, continuava a ribadire che quel brutto periodo sarebbe passato presto. Invero, la fatina riprendeva speranza solo dopo quei brevi
colloqui, e nel contempo pensava a come fare per risolvere quella terribile
incombenza. Falea aveva cognizione che l’elemento essenziale, era di riuscire
a rintracciare Artesio e la principessa Florjan. Così una sera
verso l’imbrunire mentre tutti dormivano, la fatina uscì di nascosto dal
castello, sfrecciando verso il luogo dove si trovavano i combattenti
fantasmi. I guerrieri furono davvero felici nel rincontrare la loro amica
fatina, ma Falea chiese subito se sapevano dove si
trovava Artesio e la principessa. Un guerriero
fantasma con la barba lunga, gli rispose che la principessa era andata a
rifugiarsi nelle profondità della miniera abbandonata; e non era mai più
uscita di lì. Solo il cigno Taripan, ogni tanto lo aveva scorto svolazzare
nelle adiacenze della miniera. Mentre del capitano
Artesio, sapeva solo che si era rifugiato nella foresta, insieme al suo amico
canguro. Falea era consapevole che non poteva perdere
altro tempo, altrimenti al castello avrebbero scoperto
la sua momentanea fuga; così decise di punto in bianco di raggiungere la
foresta, con lo scopo di rintracciare Artesio. Certo la fatina era
dispiaciuta di apprendere che Artesio invece di trovare una soluzione per
allontanare Apekar, si era vilmente nascosto. Da quello che ricordava, questo
non era certo un atteggiamento conforme al suo valoroso temperamento. Comunque, dopo un po’
di volo, Falea avvistò Artesio che dormiva sopra un vecchio tronco,
affiancato dal canguro Atron. La fatina svegliò
subitamente i due, e poi con espressione seria, chiese subito come mai non
avessero fatto nulla per aiutare la principessa e i soldati evanescenti. Artesio
spiegò che era quello che stava compiendo, in sostanza si stava esercitando
per poi poter affrontare il perfido Duca. E senza badare all’espressione
dubbiosa di Falea, il giovane capitano afferrò con la mano destra i tre
ciondoli che teneva nella catenina al collo; e
all’improvviso apparvero, sotto gli occhi sbalorditi della fatina, un
gigantesco granchio, un’aquila e per finire un’enorme orca. Tutti e tre,
oltre che essere vivi e vegeti, erano completamente rivestiti di argento fatato. La fatina
sempre più perplessa, non ebbe tempo di pronunciare una sola parola, poiché
Artesio gli spiegò subito che da quando aveva compreso che i tre ciondoli
prendevano vita… stava cercando di afferrarne le facoltà, per poi tornare a
liberare il monarca Lumeo e tutti gli altri. Falea lo
pregò di scusarla per aver dubitato di lui; e subito dopo gli
consigliò di andare nella miniera abbandonata, a rintracciare la principessa
Florjan. E dopo aver dato un baciotto
sul muso del canguro Atron, la fatina svolazzò via
di corsa in direzione del castello. Il mattino
dopo, per Falea ci furono delle brutte sorprese, difatti un’ape guerriera
l’aveva scorta allontanarsi furtivamente dal castello. Apekar era furiosa, e
presa da una rabbia crescente chiese al nuovo Monarca, il Duca Diosmo, se poteva annientare o per lo meno allontanare la
fatina dal castello. Invero nessuno ignorava che Apekar detestava
Falea, proprio perché solo lei possedeva la facoltà di distruggerla
definitivamente, facendola ritornare un amorfo disegno. Ma a quella
richiesta, su suggerimento del pittore Lisarto, il Duca Diosmo
rispose un indiscutibile “Non se ne parla nemmeno!”. Il Duca e il pittore infatti sapevano che la fatina era la loro unica carta
vincente, per tenere sotto controllo la crudele Apekar. Ma Apekar
indispettita, si infuriò a tal punto da rivoltarsi
contro il Duca Diosmo e il pittore Lisarto. E senza
ulteriori indugi, ordinò alle sue amiche api, di
arrestare sia il Duca che Lisarto. Subitamente
il Duca Diosmo ordinò alla fatina, di far tornare
Apekar un insulso disegno. Ma l’astuta regina delle
api, con un volo repentino afferrò il Duca, e puntandogli al collo il suo
terribile pungiglione, urlò a Falea di non avvicinarsi. Allora Lisarto
all’improvviso urlò al Duca di ordinare a Falea di far rivivere i guerrieri
dei quadri; cosa che puntualmente avvenne. Tanto è vero che ad ordine
pervenuto, Falea subitamente si mise a sfrecciare per tutto il castello,
portando in vita i molteplici combattenti che si trovavano nei numerosi
affreschi. Cominciò così
un terribile conflitto all’interno e nelle adiacenze del castello, tra le
enormi api di Apekar e i soldati dell’esercito
dell’ex Monarca Lumeo. Ma prima che il Duca Diosmo potesse proferire un altro ordine, Apekar lo fece
colpire dal pungiglione di un’ape guerriera. Dopodiché il Duca ormai svenuto,
fu portato repentinamente nelle segrete del castello. Comunque questa volta
i soldati provenienti dai disegni, sembravano veramente più forti e numerosi
delle api guerriere di Apekar. Malgrado ciò, si
poteva tristemente notare come a mano a mano che il tempo passava… i
combattenti iniziavano a perdere le loro armature, e persino le loro lance si
frantumavano. Falea, dall’espressione disperata del pittore Lisarto, comprese
che lui sapeva qualcosa riguardo a quei tristi eventi; così chiese a Lisarto
il perché di quella ignominiosa situazione… e il
pittore rispose che la colpa era sua. Difatti nel corso dei mesi passati, di
nascosto aveva cancellato e ridisegnato le armature e le armi
dei soldati, con l’intento di indebolire l’esercito del Monarca Lumeo. Apekar dopo
aver ascoltato quanto proferito dal disegnatore, con un ghigno trionfante
incoraggiò con ancora più veemenza le sue crudeli api guerriere, nello
sbaragliare quegli insulsi combattenti. A quel punto la fatina cominciò a combattere
contro Apekar, e sfrecciando contro la regina delle api, cercava di colpirla
con dei potenti incantesimi per renderla ancora un disegno; ma Apekar
riusciva a volare con destrezza evitando accuratamente tutti gli incantesimi.
Poi, dopo una risata sarcastica, la perfida regina della api,
ordinò alle sue dilette di agguantare quella stolta fatina. Falea cercava in tutti i modi di colpire con
degli incantesimi le terribili api; e anche se alcune api riusciva
a farle divenire degli scarabocchi, dovette per forza mutare strategia.
Insomma, le api guerriere erano talmente numerose, che la fatina Falea per
non essere colpita dai loro aguzzi pungiglioni, fu costretta insieme al
disegnatore Lisarto, a fuggire da quel luogo. Nel frattempo
le api guerriere a servizio di Apekar, ebbero la
meglio sui combattenti, sconfiggendoli definitivamente. Dopodiché la regina
delle api, li colpì uno per uno con il suo temibile aculeo, facendoli
diventare tutti degli evanescenti fantasmi. Infine anche per loro
sopraggiunse la sorte dei loro predecessori, e si allontanarono tristemente
verso le miniere abbandonate.
Nel frattempo
la fatina e il pittore Lisarto, avevano raggiunto il salone dove venivano tenute le statue luminescenti create da Florjan,
e con enorme sorpresa… ravvisarono che le sculture erano state tutte forate. E all’interno delle cavità si trovavano delle enormi api
guerriere, che avevano scaltramente fatto il loro nido. Bastò quell’attimo di esitazione di Falea, per permettere ad Apekar di
braccarla. E non solo… perché la terribile ape regina riuscì
a colpire la fatina con il suo famelico pungiglione, rendendola un etereo ed
evanescente fantasma. E con sua enorme sorpresa,
Falea scoprì che essendo diventata un fantasma, i suoi poteri di fata si
erano indeboliti. Il disegnatore in tutto quel trambusto, riuscì
fortunatamente a svicolare fuori dalla stanza e
fuggire via. Apekar non soddisfatta di quanto avvenuto,
non permise alla fatina di raggiungere la miniera abbandonata; ma la rinchiuse in un bozzolo formato da una secrezione
vischiosa che fece fuoriuscire dal suo stesso pungiglione. E strano a dirsi…
ma quella anomala secrezione non permetteva alla
fatina di muoversi, nonostante fosse divenuta un fantasma. Ed
infine la perfida regina delle api, sistemò il bozzolo sul soffitto del
salone, dove si trovavano le statue tralucenti della principessa Florjan. Quando Artesio
giunse alla miniera abbandonata, tutti i fantasmi guerrieri ed altresì i
numerosi soldati dei dipinti che si erano da poco uniti a loro, lo salutarono
con affetto. Il giovane capitano affiancato dal canguro Atron,
dopo i convenevoli di rito, asserì che doveva raggiungere Florjan e poi
sarebbe tornato da loro. Artesio in questo modo, affiancato dall’amico Atron, cominciò a discendere per l’impervio antro della
miniera. Dopo aver
camminato per diverso tempo, il giovane capitano vide librarsi verso di lui
un animale furioso: era Taripan, il cigno fatato amico della principessa. Il
grosso cigno mediante il suo portentoso becco, afferrò velocemente il canguro
per poi scagliarlo contro la parete della miniera, dopodiché con ardita
animosità si rivoltò contro Artesio. Il giovane
capitano non voleva ferire il grosso cigno Taripan, e proprio per questo non
utilizzò il suo boomerang o la sua spada; ma all'istante uno dei ciondoli che
teneva al collo, prese vita… e una possente aquila
argentata, si avventò contro Taripan. Dopo una breve zuffa tra i due
volatili, il cigno fatato fuggì via verso il lungo e tortuoso tunnel della
miniera. Mentre l’aquila argentata, dopo aver compiuto un grido stridente in
direzione del cigno, tornò ad essere un pendente congiunto alla catenina di Artesio. In tutta
sincerità il giovane capitano non ci capiva più nulla, e si chiedeva perché
mai la principessa Florjan non voleva essere tirata fuori
da quel luogo così impervio. E dopo essersi assicurato che il suo
amico canguro stesse bene, riprese lesto il cammino. Infine, dopo
un lungo peregrinare, Artesio giunse ad una insenatura
angusta e buia, dove nella penombra riconobbe la principessa Florjan,
accostata al suo amico cigno. Entrambi lo fissavano con un’espressione poco amichevole. Artesio
senza indugiare ulteriormente, chiese alla principessa il perché di
quell’atteggiamento così aggressivo, dopotutto voleva solo
aiutala ad uscire di lì. Florjan senza
proferire una sola parola, fece vedere ad Artesio il suo cuore, dove si
poteva scorgere un grosso baco, attorniato da numerosi e strani filamenti di
seta. La principessa poi con voce triste ma altresì piena di astio, dichiarò “Capisci ora Artesio? Il mio cuore è la
raffigurazione di quello che sono… un essere
orribile! Per questo motivo, nessuno mi deve più vedere così! Adesso lasciami
sola… e vattene via!” concluse asciutta. Artesio per
nulla turbato da quanto aveva visto ed udito, cercò di rincuorarla dicendole che
lui la conosceva bene… e che la considerava una fanciulla
dolce e riflessiva; e comunque lui non pensava affatto che lei era una
persona orribile. A quelle dolci parole, Florjan si mise a
piangere lacrime di cera luminescente. Inaspettatamente Artesio le prese la mano, e con delicatezza la condusse fuori dalla
miniera.
Appena giunti
all'esterno dell’angusta cava, Artesio e la principessa videro che Lisarto,
il pittore traditore… si era unito ai soldati fantasma. Il capitano prese subitamente la sua spada per avversarlo,
ma i soldati fantasmi senza perder tempo, dichiararono che il pittore si era
pentito, e che per dimostrare la veridicità della sua conversione, voleva
unirsi a loro per sconfiggere Apekar. Florjan credette subito al pittore, anche perché aveva un viso
davvero triste e sconsolato. Alla fine anche Artesio cedette, e così tutti
insieme concepirono un piano strategico per fronteggiare la perfida
Apekar. Per cominciare la principessa mandò il suo
cigno Taripan, a controllare dove fosse rinchiusa la
fatina, poiché secondo il racconto del pittore, sicuramente Apekar l’aveva
fatta prigioniera. Artesio invece, ordinò al suo canguro di rimanere nelle
vicinanze della cava. Il tutto proprio per evitare che venisse
ferito nell’aspra battaglia che incombeva. Il canguro Atron
naturalmente pur se con riluttanza, obbedì. Poi Artesio, Florjan e Lisarto si incamminarono verso il castello, ma non dopo che al
pittore fu data una impavida spada. Il regno di Vanohen
era divenuto realmente desolante, dappertutto si avvertiva
solo disperazione. Oltre al resto, si potevano scorgere delle abitazioni semi
distrutte, focolai accesi per le contrade, persone intimorite che si
scrutavano con circospezione. E molta gente del
popolo era fuggita via, per evitare le terribili api guerriere. Questo era
quello che Artesio, la principessa e il pittore ravvisarono al loro passare;
e con sempre maggior brama di una rivalsa, raggiunsero
velocemente il castello. All’istante numerosissime api guerriere li
affrontarono con vigoria e senza titubanza; i tre ciondoli fatati di Artesio cominciano a diventare tre enormi animali
argentati. L’aquila era davvero veloce e dinamica, e
con il suo becco afferrava le enormi api per poi distruggerle, mentre il
pungiglione della api non aveva effetto sui tre animali, poiché la loro
struttura argentata non permetteva al pungiglione di ferirli. L’enorme orca
aveva la peculiarità di nuotare nel terreno come fosse
acqua, e con enormi balzi afferrava con la sua grandissima bocca numerose
api, e poi le divorava. Ed infine il granchio golgi
con le sue chele affilate, era pressoché imbattibile. E
così le poche api rimaste… fuggirono via impaurite verso il castello. Il cigno Taripan tornò dalla principessa
Florjan con cattive notizie, Falea era stata rinchiusa
in un bozzolo nella sala dove si trovavano le statue della principessa. Dopo
aver compiuto una breve considerazione, tutti e tre decisero di entrare nel
castello, ma non prima di ordinare al cigno Taripan di andare ad avvisare i
soldati fantasmi, di giungere sino alle soglie dell’entrata del castello, e
di attendere lì ulteriori disposizioni. I nostri tre eroi riuscirono ad entrare nel
castello senza alcuna difficoltà, difatti era completamente deserto. Non si
vedeva nemmeno un’ape guerriera. Tuttavia quella falsa quiete, rimbombava
nelle loro teste… più di qualunque altro suono. La principessa Florjan intravedendo la
scalinata che portava alla sala delle sue statue, si mise a salirla con
circospezione, seguita a ruota da Artesio e dal pittore Lisarto. Ad un tratto videro un’ombra sulla lunga e
tortuosa scalinata, e percepirono un ronzio di ali
inequivocabile: Apekar li attendeva all’estremità della lunga scalinata. La regina delle api guerriere, aveva dipinto
sul suo volto una smorfia di acido sarcasmo; mentre
il suo orrendo pungiglione era più appuntito e terrifico che mai. Senza proferire alcuna parola, Artesio tirò
fuori il suo boomerang; mentre il pittore impugnò con ardore la sua spada. La
principessa Florjan, fece passare avanti i due amici. All’istante Apekar con un urlo sagace,
volando si scagliò contro di loro.
Subitamente i tre ciondoli di Artesio presero vita, e si lanciarono contro Apekar. La
regina delle api guerriere rimase interdetta nel vedere quelle inusitate
creature, avanzare con forza verso di lei; ma non si intimorì
e le avversò come meglio poteva. L’orca dopo aver nuotato sulle scale, con un
enorme balzo la afferrò sulla caviglia con i suoi denti aguzzi, ma Apekar con
una poderosa pedata la rigettò indietro. Il boomerang del giovane capitano la schivò
di un pelo. Apekar riprese il volo, e
dopo aver evitato per ben tre volte il poderoso becco dell’aquila argentata,
la fece cozzare nella volta sopra la scalinata. Nello stesso momento
l’enorme granchio golgi, con le sue chele riuscì a portar via un tendone
rosso facendolo precipitare sopra Apekar, ma la regina delle api guerriere lo
spezzettò prontamente con il suo terribile pungiglione. La principessa Florjan prese l’occasione al
volo, e sempre correndo si diresse nella sala dove si trovava la fatina
Falea. Aprì la porta e vide le sue statue scintillanti completamente
distrutte, e al loro interno si potevano scorgere alcune api guerriere, le
quali utilizzavano la cera splendente come nido per le loro mucillaginose
larve. Nulla era rimasto, delle belle statue di una volta. Poi finalmente la
principessa intravide sul soffitto un piccolo bozzolo, dove si trovava Falea. Nel contempo le api guerriere non appena la
videro entrare, la fissarono con rabbia e stizza. Poi iniziarono a ronzare
nervosamente. Ed infine l’attaccarono con ferocia. La principessa Florjan non si dette per
vinta, e repentinamente si tolse la parte della veste che gli copriva il
cuore di cera. L’inaspettato avvenne. Subito dal baco crisalide che era all’interno
del suo cuore, scaturì fuori una meravigliosa farfalla dorata e
luminosissima, che emetteva altresì delle scintille fatate. In maniera fulminea la farfalla si
moltiplicò in migliaia di farfalle dorate, le quali fuoriuscirono dal suo
cuore, mettendosi a combattere contro le enormi api. Le api guerriere con i
loro puntuti aculei, cercavano di colpire con forza le farfalle dorate, ma
ogni volta che il pungiglione cercava di penetrare nel loro corpo… si
frangevano. Infine le farfalle dorate, saettando rapidamente contro le api
guerriere, le distrussero facendole divenire polvere paglierina, la quale
stramazzò inerte al suolo. In quel preciso istante entrò nella sala il
pittore Lisarto, giusto in tempo per osservare le farfalle dorate tornare nel
cuore della principessa. Come si può ben immaginare,
Lisarto rimase incantato da quella visione così sublime. Senza indugio Florjan staccò
il bozzolo dal soffitto, dopodiché aiutata dal pittore, lo ruppe. La
fatina Falea dopo essersi stropicciata gli occhi, salutò con un cenno della
mano Florjan e il pittore Lisarto; dopodiché soggiunse che anche se era divenuta un fantasma, poteva ancora utilizzare parte
della sua magia. La principessa con un po’ di
ansia nel cuore, riferì subito a Falea di dirigersi dai soldati
fantasmi alle soglie del castello, che loro gli avrebbero suggerito cosa fare
per sconfiggere Apekar. Falea senza discutere, sfrecciò via dalla finestra. E non appena se ne fu andata, irruppe con violenza nel
locale… la terribile Apekar.
Florjan non fece nemmeno in tempo a fare un
passo, che fu colpita dal terribile pungiglione
della regina delle api. Il pittore Lisarto cercò di colpirla con la sua
spada, ma inutilmente; difatti Apekar oltre che volare era lesta e furba… e
dopo avergli tolto la spada dalle mani, lo colpì al collo con il suo
famigerato aculeo. La risata malevola della regina delle api, si spense
quando si accorse che la fatina Falea era riuscita a fuggire. Quindi, senza
degnare di un solo sguardo i due malcapitati ormai divenuti fantasmi,
sfrecciò fuori dal salone alla ricerca della fatina. Ma che ne era di
Artesio? Si chiese la principessa mentre si esaminava il corpo divenuto
etereo; dopodiché seguita a ruota dal pittore Lisarto, raggiunsero la lunga
ed impervia scalinata, per poi scorgere il giovane capitano divenuto anche
lui un fantasma, che volteggiava vicino un antico lampadario. Il fatto che
colpì maggiormente Florjan, era nell’osservare che purtroppo i suoi tre
animali argentati, erano tornati dei ciondoli. Quando Artesio vide la principessa divenuta un
fantasma, il suo volto si adombrò di tristezza; adesso era veramente tutto
perduto. Ma prontamente Florjan lo rincuorò,
asserendo che Falea era riuscita a fuggire… forse c’era ancora una speranza. Il pittore Lisarto preso da una forza nuova,
suggerì di andare dai soldati fantasmi; difatti se il loro piano funzionava,
non potevano certo rimanere con le mani in mano. Il sorriso
che si manifestò sui volti di Florjan ed Artesio, erano molto più eloquenti
di una risposta affermativa. Falea non fece certo fatica a rintracciare i
soldati fantasma, difatti erano talmente tanti e pieni di vigore, che persino
la titubanza che le era venuta nel cuore, si dipanò
velocemente. Prontamente un capitano con due lunghi baffi, spiegò alla fatina
il piano strategico di Artesio; e Falea pur sapendo
che non possedeva appieno tutta la sua magia, si concentrò con tutte le sue
forze e… venne improvvisamente interrotta dalla venuta di Artesio, Florjan e
il pittore. I quali pur se goffamente, si libravano nell’aria cercando di
raggiungere i loro amici. Falea dopo un lieve
sorriso ai nuovi arrivati, cominciò a spandere sul terreno lì vicino alcune
scintille fatate, che le fuoriuscivano dalle mani. E poi
velocissimamente, molteplici e multiformi sassi, pietre, ciottoli appuntiti e
sterpaglie… cominciano a volteggiare; fino ad incastrarsi come un
meraviglioso mosaico fatato, intorno alle eteree sagome di tutti i fantasmi.
L’evento magico ebbe termine in pochi istanti, e alla fine sia
i numerosi soldati che Artesio, la principessa, il pittore e la stessa fatina
Falea, possedevano un corpo tangibile formato da sassi, pietre e sterpaglie.
Il tutto avvenne sotto gli occhi stupiti del cigno Taripan, e del simpatico
canguro Atron, i quali avevano voluto seguire i
soldati. La beffarda risata di Apekar,
echeggiò nelle orecchie di tutti i presenti; dopodiché con voce sarcastica la
regina delle api guerriere, proferì aspra “Che spettacolo penoso! E adesso cosa volete fare? Siete un esercito formato da
scarti della terra… non crederete certo di sconfiggermi, vero?” concluse, mentre sfrecciava con collera verso di loro. Artesio, dopo aver consigliato al canguro e
al cigno di rimanere nascosti, diede il suo ordine di attacco;
e tutti insieme iniziarono la terribile battaglia contro Apekar.
La regina delle api, adesso poteva constatare che il suo pungiglione su di loro non sortiva
alcun effetto, visto e considerato che erano già divenuti dei fantasmi. E
così Apekar tornò velocemente al castello, e con rabbia prese una antica alabarda cominciando a colpire con forza e
dinamicità, tutti coloro che le si avvicinavano. Il suo intento era quello di
frantumare la struttura corporea di sassi e sterpaglie, che circondavano i
corpi dei fantasmi. Inoltre, al contrario di Apekar
che nel volo era davvero veloce e dinamica, i guerrieri non erano certo degli
esperti nel volteggiare; difatti si libravano con incertezza e goffaggine, ed
era proprio questo il motivo del perché Apekar stava prevalendo. Anche per Artesio e il pittore valeva la stessa
cosa, erano lenti e si avviluppavano con facilità, mentre Apekar con le sua alabarda li colpiva con destrezza. Anche Falea cercava di colpirla con alcune saette fatate,
ma ormai la sua magia era debole e fiacca… proprio come il morale di tutti. “Apekar! Prova a venire da ME!” gridò con
fermezza la principessa Florjan, la quale adesso volteggiava in cima alla
scalinata del castello. Apekar dopo aver colpito con la sua alabarda il
pittore Lisarto, fece un ghigno maligno per poi sfrecciare verso la principessa
fantasma, sempre brandendo con arroganza la sua alabarda. Inaspettatamente dal cuore di cera di
Florjan, comparve di nuovo la bellissima farfalla dorata che riluceva di una
luce potentissima. Apekar accecata da quella luminosità improvvisa, restò un attimo
in volo statica. Falea, Artesio e tutti i numerosi soldati, rimasero senza
fiatare, ammirando quell’evento straordinario; invero non credevano a quello
che stavano osservando. Poi il fascio di luce della farfalla si fece
ancora più intenso, fino ad avvolgere totalmente il corpo della principessa…
ed infine la farfalla dorata fuoriuscì dal cuore di Florjan con tutto il suo
splendore; e velocissimamente colpì il cuore di Apekar. L’impatto fu terribile. Un urlo di sofferenza, sgorgò dalla regina della api guerriere. L’alabarda le scivolò dalla mano; e
poi, piano… piano… la perfida Apekar scomparve in un fascio di nebbia rosso
cremisi. La farfalla dorata infine tornò nel cuore di
Florjan, ed al dissolversi di quella inusitata
luminosità, la principessa Florjan divenne una meravigliosa fanciulla…
perdendo per sempre i suoi precedenti lineamenti di dama sgraziata. A quella vista, Artesio urlò
concitato “È lei! È Lei la fanciulla del mio
sogno! Non so bene il perché… ma adesso ricordo il suo viso! Ma come è possibile?”. “Semplice” rispose Florjan con voce
armoniosa “Il libro che hai sognato, non era altro che il “libro” della tua
vita…”. Non ebbe nemmeno il tempo di finire la
frase, che senza alcun preavviso tutti tornarono con i loro corpi normali,
perdendo per sempre l’aspetto di fantasmi. Mentre i
numerosi sassi e sterpaglie, caddero inerti sul pavimento. E
come se niente fosse, alcuni guerrieri tornarono con ilarità all’interno dei
loro dipinti. Poi la principessa Florjan corse da Artesio, e i due si
abbracciarono contenti.
Naturalmente
Lumeo tornò ad essere l’unico monarca del regno di Vanohen;
e con fermezza, dichiarò “nullo” il precedente matrimonio della figlia. Mentre il perfido Duca Diosmo,
rimase incarcerato nelle segrete del castello, a scontare la sua pena. E di lì a pochi giorni, finalmente Artesio sposò la
principessa Florjan. |
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