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All’epoca delle elementari tra i miei programmi preferiti, c’erano “UFO”, “Spazio 1999” e le serie animate jap.
Amavo gli ambienti fanta-naif con computer costellati di
quadranti e lucine lampeggianti. Amavo il tocco surreale delle tutine stile pigiama, e
delle acconciature viola. Adoravo gli alieni a pois o a righe azzurre, con sette
paia di antenne e l’occhio vacuo. Amavo in particolare l’atmosfera familiare
e casalinga che cementava l’amicizia tra i personaggi, e li legava allo spettatore.
Astronavi e basi segrete diventavano veri e propri mondi in
miniatura, “case” accoglienti capaci
di far fiorire la solidarietà anche nelle situazioni più ostili…
Cosa c’è di quanto sopra descritto, in Y-Prikon?
Non domandatelo a Elo Levine. Vi guarderebbe storto, vi farebbe oggetto di pesanti insulti
e vi manderebbe a farvi benedire.
Y-Prikon è un carcere riservato agli scarti
dell’umanità, un buco nero emotivo dove la quotidianità non è vivere… ma
sopravvivere.
Nessun raggio di sole? Non è detto. In fondo, come diceva De Andrè, “…dai diamanti
non nasce niente – dal letame nascono i fiori”.
Elo
Levine ha le sopracciglia in perenne
tensione, ma riesce a parlare senza alzare la voce. Le sue labbra, per chi ha
avuto la fortuna di conoscerle, sanno di ambra e nicotina francese.
Price
O’Connors, sua nemesi in Terra, sa ancora
trovare tra un’ulcera e l’altra, il tempo per osservare l’aurora
dell’Antartico.
Dalle ombre dei sotterranei d’acciaio, spiccano altri volti
umani.
Quello di Efeda, troppo simile ad
una bambola in porcellana, per esserlo veramente.
Quello di Ryan, che ha da tempo
perso il conto delle cicatrici, che gli segnano spirito e corpo.
Quello di Lion Burgè, stanco residuo di un’epoca nata vecchia e mai stata giovane.
Quello di Federica Lacroix, bella come il sorriso di Madame Guillotine nei giorni di
Termidoro.
Un consiglio: quando arriverete all’anno Tremila, cercate di rigar dritto. Non
credo che su Y-Prikon …vi lasceranno portare il vostro orsacchiotto.
Dulcis in fundo: un ringraziamento particolare va
ad Alberto Toffoli e Checco Angelastro, le cui mani saranno
un giorno esposte in formalina accanto al cervello di Rubbia, e al fegato
ingrossato dell’italiano medio.
E ora silenzio in sala. Il primo atto inizia.
Marco “Cloris” Montericcio.
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Incomincio
subito a ringraziarvi
per aver dato fiducia ad un fumetto che parte quasi in sordina, ma che vuole divenire
ben presto un vostro gradito amico. Molti di voi si saranno chiesti chi si
trova dietro le quinte di Y-Prikon,
che prospettive e obiettivi ci sono. Vi accontento subito. Tutto è cominciato
circa tre anni e mezzo fa. Io (Flavia),
Marco e Nina
abbiamo frequentato il corso di sceneggiatura della "Scuola
del Fumetto" di Milano. Con il passare del
tempo, siamo divenuti non solo compagni di corso, ma ottimi amici. Nina aveva
nel cantiere un’idea di fumetto di fantascienza,
e ci ha proposto se volevamo collaborare con lei. Marco ed io siamo subito
stati entusiasti dell’offerta, e abbiamo incominciato a creare personaggi,
ambientazioni, motivazioni,
insomma tutto ciò che serve per concepire un universo popolato d’emozioni.
Certo non sono mancati momenti di tensione, ma tutto è servito a rendere il
prodotto finale ricco di sfumature, che ci hanno permesso di arricchire e
migliorare il fiorire di nuove idee. Le nostre prospettive, sono di ravvivare
emozioni e sentimenti che albergano nella
nostra anima. Fare in modo che lo
scrigno della mente sia aperto, e i tesori nascosti nei meandri interiori di
noi stessi, possano divenire ali ricche d’immaginazione. D’altronde perché
leggiamo fumetti? Molte possono essere
le risposte. Senza dubbio tra queste, ce n’è una che cerca un suo spazio, una
sua dimensione: liberare la fantasia. La fantasia,
che fa di noi esseri umani, non solo delle perfette macchine zeppe
d’ideologie, spesso false; ma uomini liberi d’amare e donare ad altri,
piccole gemme forgiate dalla luce
interiore. Ad esempio, il racconto del primo numero intitolato: “Ombre”,
mette in risalto come all’interno di ognuno di noi, ci sono dei punti oscuri
che non sempre vengono portati alla luce. Ogni personaggio della storia, si
trova di fronte a problematiche interiori non risolte. Elo
si rende conto che la lontananza dal padre, non ha cancellato l’amarezza che
ha nei suoi riguardi. La consapevolezza di non essere mai stata capita e
amata dal padre, rimane un’ombra che la perseguita. Forse molte delle sue
scelte, non sono altro che una maniera come un’altra, di dimenticare un dolore
non assopito. Efeda è in perenne lotta con
il dualismo, tra la sua immagine esteriore e quella interiore. Costretta a
vivere in un corpo di bambina, è spinta ad esasperare le sue doti intellettive,
per far capire agli altri, che lei è una persona matura e consapevole.
E proprio quando sembra che tutti abbiano capito chi realmente è.. la sua
ombra, fa uscire allo scoperto una donna con delle fragilità
profonde. Difatti la sua infanzia, mai vissuta pienamente, ritorna fuori. E
la sua immagine
emotiva esteriore, di donna forte e spavalda, lascia il posto alla bambina
che cerca nella valigia, la sua bambola.
Simbolo evidente della sua innocenza, chiusa e intrappolata nel suo
inconscio. David Vantess,
è il tipico esempio di come alcune persone, consapevoli di agire in maniera
malvagia ed equivoca, cercano di celare le loro malefatte. In sostanza, usano
la propria ombra, come mezzo per
raggiungere scopi prettamente egoistici. Convivono a stretto contatto con i
propri limiti, cercando di riempire un vuoto interiore, che invece diventa
sempre più ampio. Sostituiscono il bisogno d’amore, con il godimento
prettamente materiale. Si viene così a creare un circolo vizioso, dove i
soldi, il sesso, il potere occupano il posto di quel processo affettivo,
che è alla base d’ogni sano e concreto sviluppo emotivo. Luna,
visto il dilagare dell’indifferenza delle autorità verso coloro che fanno del
male, riesce a far vivere la sua ombra. Koten
non è altri che la raffigurazione di sentimenti inespressi, come la rabbia e
l’aggressività. Luna vuole giustizia, desidera debellare radicalmente le ombre
degli altri. Ma non si accorge che così facendo, ne crea una ancora peggiore.
Ancora oggi, ci sono persone che credono e agiscono in questa maniera. Si
vuole eliminare una persona omicida, commettendo un omicidio.
Per
concludere, sono dell’idea che anche un semplice fumetto,
possa proporre diverse sfaccettature di una realtà
interiore, non poi così lontana dalla nostra. Un fumetto dove le
problematiche dei personaggi, sono solo un pretesto, per raccontare un po’
…di tutti noi.
Frasa.
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